malablogghe è uno strapuntino di malacoda, un supplemento scherzoso ma molto serio, malizioso e politicamente scorretto ed anche molto “arrabbiato”, un periodico che presenta opinioni sfuse, nostre e di molti amici (e nemici) sui più svariati argomenti e temi del momento. Per diffondere, per conoscere, per animare il dibattito volto alla costruzione di una nuova prospettiva.

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Marziani o marxiani?

di Aldo Pirone

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Ieri mattina ho intercettato su La7 all’ “Aria che tira” un paio di dichiarazioni di Gianni Cuperlo e Fausto Bertinotti su quello che sta capitando dentro al PD. Cuperlo, a proposito della domenica trascorsa all’Assemblea nazionale piddina al Parco dei Principi ha fatto una battuta parafrasando Marx, Groucho naturalmente non Carlo: “Ho passato una domenica veramente meravigliosa ma non era questa”. Richiesto, dalla conduttrice del “salotto” mattutino della Cairo TV, di dire la sua opinione su cosa Renzi e i dirigenti piddini dovrebbero fare per superare la crisi in corso e la pendente scissione, ha risposto, in sintesi, che bisogna ricondurre il PD alle sue origini. Cioè alla sua nascita che fu, secondo lui, la conclusione di un lungo percorso della sinistra maggioritaria iniziato con lo scioglimento del PCI, avente lo scopo di unire in un solo partito le correnti di origine riformiste socialista e comunista a quella cattolica democratica. Il tutto raccontato con la soavità del narratore mitteleuropeo che Cuperlo rappresenta anche fisicamente, con educazione, misura, sobrietà e notevole cultura.

A lui ha risposto subito un altro grande narratore della sinistra, Bertinotti, che, rifacendosi a una striscia di Charlie Brown in cui si chiedeva misericordia, ha stigmatizzato anche lui l’assenza di politica e di alti motivi nella commedia scissionistica del PD. Inoltre ha subito messo sotto accusa il venticinquennale declino e fallimento della sinistra riformista, non solo italiana ma anche europea, dovuto, ha detto, all’assoggettamento al blairismo della terza via che è stata “contro i popoli”.

Non so cosa abbiano detto in seguito perché ho dovuto spegnere la Tv e dedicarmi ad altro.

Cuperlo quando parla delle origini del PD ripete il consueto racconto sulle belle intenzioni di allora che, a volte, se non esaminate criticamente, lastricano, com’è successo e sta succedendo, la via dell’inferno. La verità è che il PD è stata la conclusione estenuata di un sostanziale, ma non lineare, declino della sinistra, di un allontanamento alla sua base sociale, e anche di un allentamento etico. Nel 2007 non si uniscono due riformismi, come dice Cuperlo, si uniscono due debolezze e, soprattutto, le loro fameliche e ben strutturate correnti feudali. Il gruppo dirigente della sinistra storica è diviso su intenti diversi. D’Alema pensa, furbescamente, di ingabbiare nel nuovo partito i margheritini e la loro parte ex popolare per sottrarla alle attrazioni fatali del centrismo, Veltroni di andare oltre la tradizione storica della sinistra comunista e anche socialista dando al PD un profilo accentuatamente interclassista e imperniandolo su una democrazia interna segnata dal plebiscitarismo delle primarie che elegge il leader e addirittura gli organismi dirigenti del partito, ma non elimina, anzi la sussume consolidandola, la struttura notabilare nelle province dei partiti fondatori. Gli ex popolari-margheritini s’acconciano, non hanno pretese. La struttura correntizia di potere, senza una significativa radice in sensibilità politiche e sociali di un qualche spessore come era nella DC, per loro è più che sufficiente, così come è più che apprezzata la collocazione interclassista. E’ questo dna che ha prodotto il renzismo, cioè, come s’accorse improvvisamente e amaramente D’Alema dopo averlo causato, l’ “irrompere del populismo nelle nostre file”. Più che tornarvi, quelle origini bisognerebbe reciderle.

Bertinotti, d’altro canto, non può chiamarsi fuori dagli esiti complessivamente disastrosi maturati nel quarto di secolo trascorso nella sinistra italiana. Erede brillante e intellettualmente ricercato del vecchio massimalismo socialista, arriva nel 1994 alla guida di Rifondazione, a cui non aveva subito aderito. Vi arriva soprattutto grazie all’errore del vecchio comunista Cossutta che l’aveva arruolato in funzione anti Garavini, credendo di poterlo facilmente controllare. Bertinotti ha rinchiuso il suo partito, dopo aver costretto Cossutta a uscire a causa della sfiducia al primo governo Prodi, nel recinto dell’antagonismo dei simboli e dei sentimenti, senza alcuna ambizione o prospettiva egemonica, non in grado di contrastare efficacemente lo slittamento a destra della parte maggioritaria e “riformista” raccoltasi nel Pds-Ds. In tal modo ha rappresentato l’altra faccia del declino della sinistra. Non a caso quando nasce il PD, su quelle basi ambigue e malsane cui si è accennato e che a Cuperlo sono sfuggite e ancora sfuggono, la creatura bertinottiana, trasformatasi in sinistra arcobaleno insieme ad altre piccole forze (Verdi, PdCI, Sinistra Democratica), prima ottiene una sconfitta clamorosa che la esclude dal Parlamento nel 2008 e poi si scinde: il massimo insuccesso proprio nel momento del massimo slittamento a destra della sinistra maggioritaria. In seguito la sinistra originata dal bertinottismo nelle sue varie versioni non è riuscita a raccogliere i distacchi via via crescenti di porzioni di popolo e di elettorato dal PD che, invece, hanno ingrossato le file dei disillusi, degli sfiduciati, degli astenuti o, reagendo sdegnate, quelle elettoralmente corpose del M5s. Non sarebbe male se anche Bertinotti oltre a descrivere i mutamenti epocali analizzasse autocriticamente le sue responsabilità, che non sono poche, nel declino della sinistra e non solo quelle degli altri. Altrimenti più che marxiani si è marziani.

Cuperlo dovrebbe mettere la sua finezza politica e la sua cultura al servizio di una ricostruzione in mare aperto della sinistra non di un’altra corrente interna al PD; una ricostruzione sociale, politica, culturale e morale. Ma questo gli sarebbe possibile solo se, per riprendere Marx, sempre Groucho naturalmente, riconoscesse analiticamente di aver “partecipato a un partito meraviglioso, ma non era questo”. E forse l’altro Marx, Carlo, potrebbe aiutarlo a capirne il perché.

A malacoda Pirone, Il pozzo e il pendolo

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Guardando le vicende della giunta Raggi a sette mesi dal suo insediamento, ci si trova di fronte a un cammino costellato di errori, passi falsi,congiure, sgambetti, veleni interni ed esterni alla giunta, dimissioni imposte, uomini “virus” che si insinuano con poca fatica dentro l’amministrazione pentastellata, su cui la Raggi era stata inutilmente messa in guardia. Gente come Marra, implicati in passato, stando alle accuse dei magistrati, in fornicazioni con uno dei costruttori romani più noti, Sergio Scarpellini.E, infine, “polizze vita” all’insaputa dei benificiari che rischiano di procurare il decesso politico dei medesimi, molto anticipato, e di tutta la giunta “grillina”. Ci vorrebbe la penna di un Simenon o di un Chandler per descrivere a tinte gialle quello che la sindaca Raggi è riuscita a combinare finora, a danno sicuramente del M5s che l’ha partorita e, soprattutto, della città e dei cittadini,sia di quelli che l’hanno votata così copiosamente e sia di quelli che non l’hanno fatto. Se, invece,si volesse sorridere dei difetti italianissimi dei protagonisti, anche il Monicelli dei “I soliti ignoti” e “Amici miei”, capolavori della “commedia all’italiana”,sarebbe più che appropriato.

Ma pensando alla città, alle sue speranze di mettersi alle spalle una lunga stagione di malgoverno e di disastri culminata in “mafia capitale”, allora è il genere horror che bisogna evocare. “Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe sarebbe adatto a raccontare del buco nel cui fondo continua a giacere Roma. Un fondo oscuro da cui la città ha sperato di essere sollevata dai nuovi arrivati sull’onda del plebiscito popolare; mada cui comincia ad accorgersi che, probabilmente, almeno per ora, non risalirà.

Della “commedia all’italiana” fanno sicuramente parte i “quattro amici al bar”, le “polizze” di Romeo, le liti interne fra gruppi “grillini” di diverso orientamento, gli scontri fra le donne più in vista del M5s romano, al limite delle liti fra “vajasse”.Una commedia che evidenzia l’incapacità della dirigenza grillina capitolina di uscire dall’assedio dell’establishment, e di coloro che, cacciati a furor di popolo, a destra e a sinistra, pensano di “tornar d’ogne parte” a breve,senza aver “dimenticato nulla e imparato nulla”.Per riuscirci i “grillini” dovrebbero cessare, innanzitutto, di offrire loro, quotidianamente, assist spettacolari, quindi capire i propri errori, reagendo rapidamente, non con la propaganda sui “complotti” dei poteri forti e dei loro organi di stampa – che pure ci sono, comprese le scurrilità da osteria di qualche giornalista come Vittorio Feltri abituato a scrivere sotto gli effetti di cattive digestioni – o sulle realizzazioni della giunta inventate da Grillo, ma dandosi una linea e una coesione che metta la sindaca in condizione di non nuocere a sé e agli altri.

Sarebbe doveroso, a questo punto, che il M5s si rendesse conto che non è possibile continuare nello stillicidio di fatti e misfatti politici senza che la questione del come e perché del presente bailamme da loro creato non venga portata al dibattito dell’assemblea capitolina, per fare lì, e non solo su facebook, sul blog di Grillo o in conferenze stampa, un dibattito chiarificatore. Una discussione che metta a nudo, alla luce del sole e davanti alla città, quel che è accaduto e sta accadendo in Campidoglio e dica come s’intende cambiare strada. Per chi si è battuto con tanta foga per difendere la Costituzione nel referendum del 4 dicembre, questo rispetto istituzionale per l’assemblea eletta e rappresentativa di tutti i cittadini, dovrebbe essere ovvio e naturale.

E il pendolo? Dove sta il pendolo chenel racconto di Poe oscilla minaccioso sul corpo dell’uomo che dopo l’oscurità del fondo del pozzo si ritrova avvinto alla sua sommità? Nella vicenda raggiana di pendoli ce n’è più di uno, quello al momento più significativo è lo “stadio della Roma”, che poi della Roma non sarebbe, ma di James Pallotta Presidente pro tempore della squadra giallorossa.Archiviato il no alle Olimpiadi, senza quel referendum popolare che durante la campagna elettorale Virginia Raggi aveva promesso di tenere se fosse diventata sindaco – per non parlare, quanto a coerenza, delle dichiarazioni di Di Maio “Sosterremo la candidatura di Roma alle Olimpiadi solo se vinceremo noi le elezioni nella capitale” -, lo Stadio a Tor di Valle ha assunto il valore di una cartina al tornasole riguardo alle promesse fatte su una nuova politica urbanistica antispeculativa.Durante questi sette mesi di calvario amministrativo il pendolo-Stadio è oscillato dall’assoluto rispetto delle previsioni e norme del PRG,a quello di un “appeasement” cubatorio con gli interessi del costruttore Parnasi, di Pallotta e delle banche che li sostengono. Il primo polo è stato rappresentato dall’assessore Berdini, il secondo, opposto, dal vicesindaco Frongia, uno dei “quattro amici al bar”, e dalla Sindaca Raggi. Più volte l’assessore Berdini è stato sulla soglia del licenziamento, per poi risalire nelle quotazioni nel momento della débâcle di due dei quattro raggi magici della ruota capitolina: Marra e Romeo, seguiti da Frongia dimessosi da vicesindaco. Infine mercoledì scorso, il cocciuto assessore è scivolato sulla carta stampata, con le dichiarazioni colloquiali rilasciate a Federico Capurso della “Stampa”, assai severe, per non dire distruttive, sulla Sindaca e sul contorno amministrativo “pentastellato”, definito una “corte dei miracoli”. Dichiarazioni che la dicono lunga sullo stato d’animo di Berdini e sul suo logorio dopo sette mesi di lotta interna. Un errore politico, più grave di un delitto direbbe Talleyrand, ben sintetizzato, autocriticamente, con quel “sono stato un coglione”, confessato in un altro colloquio con Giovanna Vitale di “la Repubblica” pubblicato ieri.

La “coglionata” indebolisce tutti coloro, urbanisti, ambientalisti, comitati locali di cittadini e associazioni, che in questi anni si sono battuti contro la realizzazione dello Stadio in quell’area.

Il pendolo-Stadio, comunque, continuerà a oscillare sul capo della Sindaca e su quello del M5s avvicinandosi sempre di più con la sua mannaia ai loro petti. Il duello non è sul sì o no a farlo, come stanno cercando di dare a intendere, mischiando come al solito le carte, Parnasi, Pallotta aiutati dal solito concerto giornalistico di una stampa sensibile agli interessi immobiliari dei propri editori. E anche a quelli delle banche, come Unicredit che finanzierà l’operazione, dovendo rientrare di un sacco di soldi di crediti, circa 700 milioni, concessi a Parnasi. Il duello vero è sul consentire o no una speculazione edilizia di 1 milione di mc. direzionali e commerciali in deroga al PRG, il cosiddetto “business park”, di cui lo Stadio pallottiano e parnasiano è solo una copertura. La classica foglia di fico, assai efficace per mobilitare sul web le curve giallorosse ottimamente interpretate dall’hashtag di Totti: “Famostostadio”. Bisognerà vedere se al M5s e alla sindaca Raggi, per dare il loro assenso, basterà un taglio delle cubature, oppure prevarrà il rispetto del PRG e delle controdeduzioni sull’idoneità dell’area in fatto di tenuta idrogeologica e, con esso, anche il rispetto di se stessi e di quanto avevano detto e fatto quando erano all’opposizione.Il M5s romano dovrebbe ricordarsi, infatti, che due anni fa presentò un esposto al sostituto procuratoreMario Dovinola per denunciare la “schifezza” parnasiana e pallottiana: “Il procedimento di approvazione dell’impianto sportivo – scrivevano – è un’enorme speculazione immobiliare avente lo scopo fraudolento di assicurare enormi vantaggi economici a società private a scapito degli enti pubblici coinvolti e a discapito dei cittadini”. Quindi aggiungevano: “Appaiono non sussistere i requisiti di pubblica utilità previsti dalla legge di riferimento”. E, infine, sul luogo prescelto: “La scelta dell’area è scellerata, altro che quella ottimale. Da tale scelta scaturisce il piano economico miliardario e futuri costi, diretti e indiretti, per la collettività”.

A firmare parole così nette e inequivocabili furono Virginia Raggi, Daniele Frongia, Marcello De Vito, Enrico Stefàno.

Cos’è successo da allora perché l’“ecomostro” di ieri possa diventare un bel principe oggi? Se succederà lo dovranno spiegare molto bene ai militanti del Movimento e anche ai cittadini romani che li avevano creduti.

                                                                                                                     Aldo Pirone